DIVARIO

DIVARIO

15 Feb –

12 Apr 2024

Francesca Cornacchini

Natural disaster

Francesca Cornacchini ©Chiara Cor
Francesca Cornacchini ©Chiara Cor
Sole (Sole nascente 1) ©Eleonora Cerri Pecorella
Sole (Sole nascente 1) - dettaglio ©Eleonora Cerri Pecorella
We are machines made for dreaming_paesaggio con fulmini 1 ©Eleonora Cerri Pecorella
We are machines made for dreaming_paesaggio con fulmini 1 - dettaglio ©Eleonora Cerri Pecorella

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Testo a cura di Giulia Gaibisso.

Natural disaster, prima personale di Francesca Cornacchini alla galleria Divario, sembra inscenare il silenzio al termine della battaglia, la calma dopo la tempesta, il commovente equilibrio ristabilitosi a seguito del passaggio di una forza, insieme entropica e generativa, capace di produrre visioni sublimi.

La distruzione, evocata dal titolo della mostra, supporta una sua interpretazione in chiave romantica, a partire cioè da una posizione filosofica che rintraccia nella Natura e nei suoi fenomeni la manifestazione di un potere tanto grandioso da generare un sentimento di devozione e atterrimento, paura ed estasi.

Visualizzabili come un corpus, le opere paiono in effetti delineare un paesaggio i cui profili risultano dotati di una certa ambiguità, un’ambivalenza nella resa che consente di leggerli sia come stilizzazioni di eventi atmosferici (dall’incendio alla tempesta) che come residui di un gesto assimilabile all’atto vandalico.

Da questo scenario, composto di superfici bruciate, annerite, tagliate e poi ricucite, emerge a ogni modo una visione unitaria, rivelatrice di una risoluzione formale raggiunta mediante un processo di disgregazione e successiva ricostruzione. Assemblando porzioni di tessuto e lastre metalliche, l’artista traccia infatti un sentiero, «un cammino nel caos» (Barnett Newman, “L’immagine plasmica”, in Il sublime, adesso, Abscondita Milano, 2010, p. 14.), senza tuttavia tentare di depotenziarne gli effetti, piuttosto trasfigurandone le qualità estetiche.

Il tempo arresta così la sua corsa e lo spazio si cristallizza nelle forme di una cattedrale consacrata alla luce del lampo e al fuoco dell’esplosione, alla carica distruttiva del primo come all’impeto rivoluzionario del secondo. Le pareti della galleria si rivestono di una sorta di armatura che ne modifica la percezione sottolineandone al contempo gli elementi strutturali. Le opere, collocate negli spazi definiti o delimitati da pilastri e arcate, riorganizzano lo spazio tenendo fede a un principio che non è solo architettonico ma anche, e soprattutto, di carattere simbolico.

A dominare l’ambiente dall’alto è Incendio: allegoria del fuoco, la grande installazione di moduli in ferro zincato percorsa da venature prodotte dal passaggio di un fumogeno. Il suo orientamento, frontale rispetto all’ingresso e trasversale all’intero vano, permette quasi di assimilarla a un arco trionfale che istituisce, e allo stesso tempo delimita, uno spazio sacro sul fondo del quale si trova Il Sole (sole nascente 1), opera eletta a centro prospettico della mostra.

Concepita in forma di patchwork, quest’ultima si compone di brani di felpe e pantaloni in acetato cuciti insieme a delineare un orizzonte oscuro, un vero e proprio paesaggio “illuminato” da loghi, strisce e cerniere lampo che, propagandosi da un’estremità all’altra della tela, orientano verticalmente lo sguardo. Disposti su un fondo monocromo, i segni risplendono come saette, rischiarando tanto le loro immediate vicinanze quanto l’intero spazio espositivo: non è quindi un caso che vengano riproposti in We are machine made for dreaming_paesaggio con fulmini 1 e We are machine made for dreaming_paesaggio con fulmini 2, i due monumentali quadri posizionati ai lati dell’ingresso, si direbbe per simulare delle aperture ricavate nella cortina muraria.

L’organizzazione spaziale derivata dalla collocazione delle opere così come la selezione dei materiali che le compongono risultano inoltre determinanti per la creazione di un cortocircuito temporale, ricorrente nella pratica artistica di Cornacchini, che intreccia passato, presente e futuro. Nel paradosso generato, l’accensione del fumogeno diventa un equivalente del fulmine che atterrisce e affascina l’umanità, ma anche del raggio di sole che filtra dalle vetrate di una chiesa; il brutalismo delle geometrie convive col rigore dello spazio sacro e l’impersonalità della galleria, mentre l’Assoluto, evocato e “racchiuso” nell’intero progetto espositivo, si sostanzia nell’immanenza della subcultura, qui rappresentata dalla felpa di acetato e dal fumogeno, attributi iconografici di una cavalleria contemporanea emersa dalle ceneri di un rave.

In un eterno ritorno, il rumore del tuono lascia il posto al vuoto che lo anticipa e precede. Le armature vengono deposte e il silenzio inonda lo spazio.

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